Dal 11 Feb 2026 al 12 Feb 2026

Tributo alla figura e all'attività artistica dell'Artista con una variazione alla toponomastica della Via Vomero Vecchio, che sostituì negli anni Cinquanta, a seguito di petizione popolare, Via Annella Di Massimo con la motivazione che "questa persona non era mai esistita...."
DIANA DE ROSA DETTA ANNELLA DI MASSIMO
Alla
figura di Agostino Beltrano è indissolubilmente legata quella di
Diana De Rosa, la famigerata Annella di Massimo del racconto
dedominiciano, moglie del pittore e pittrice anch’ella, nell’ambito
della scuola stanzionesca.
Diana era la sorella maggiore di
Pacecco De Rosa e, secondo il De Dominici, allieva dello Stanzione
«cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua
bellezza, come modella».
Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria
Grazia, la quale sposò Juan Do, erano molto belle e con Diana furono
soprannominate le «tre Grazie napoletane», vezzeggiativo che fu poi
ereditato dalle tre figlie di Maria Grazia, anch’esse
bellissime.
Pur se citata dalle fonti e resa famosa
dall’aneddoto sulla sua morte violenta, «Annella» è a tutt’oggi
«una pittrice senza opere» che possano esserle attribuite con
certezza.
Sicuri sono i dati anagrafici, 1602-1643, resi noti
dal Prota Giurleo.
Il De Dominici ciarlava che Annella, allieva
di Massimo Stanzione, fosse la pupilla del maestro, il quale si
recava spesso da lei, anche in assenza del marito per controllare i
suoi lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, che più volte
era stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia,
incollerita da ciò, avrebbe riferito, ingigantendone i dettagli,
della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola,
scatenando la gelosia di Agostino, il marito, il quale accecato
dall’ira, sguainata la spada, spietatamente le avrebbe trafitto il
seno. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità
del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si
rifugiò prima a Venezia e poi in Francia dove visse molti anni prima
di ritornare a Napoli.
Oggi la critica, confortata da dati
documentari, non crede più a tale favoletta, anche se il nomignolo
di «Annella di Massimo» che dal Croce al ProtaGiurleo, dal Causa a
Ferdinando Bologna unanimemente si credeva fosse stato inventato in
pieno Settecento dal De Dominici è viceversa dell’«epoca»,
essendo stato rinvenuto in alcuni antichi inventari: in quello di
Giuseppe Carafa dei duchi di Maddaloni nel 1648 ed in quello del
principe Capece Zurlo del 1715. In entrambi vengono riferiti dipinti
assegnati alla mano di «Annella di Massimo».
Questa nuova
constatazione fa giustizia della vecchia diatriba tra il comune di
Napoli ed il Prota Giurleo, indispettito che una strada della città
fosse dedicata ad un nome inesistente e convinto che dovesse
ritornare all’antico toponimo di via Vomero Vecchio. Come pure,
alcune contraddizioni inducevano Raffaello Causa a respingere a
priori la tesi di Roberto Longhi, pur con la diplomatica frase «segno
distintivo di sicuro riconoscimento», di ravvisare nella sigla
«ADR», scoperta sotto uno straordinario dipinto, oggi ad ubicazione
sconosciuta, le iniziali della pittrice, perché ella si chiamava
Dianella e non Annella.
Anche il Bologna, di recente, ribadendo
che «è storicamente impossibile prima della pubblicazione e della
fortuna della biografia dedominiciana» l’autenticità della sigla,
ha ritenuto che essa fosse apocrifa, «anche nel ductus grafico»
ricollocando, come è opinione anche del Pacelli, le opere
precedentemente assegnate ad Annella nel catalogo di Filippo Vitale e
della sua cerchia.
Il Longhi fu il primo che tentò una
ricostruzione ragionata del corpus di Diana De Rosa sulla guida di
una sigla da lui identificata sotto un pregevole quadro,
rappresentante l’Ebrezza di Noè, già in collezione Calabrese a
Roma ed oggi purtroppo ad ubicazione sconosciuta. Per affinità
stilistica egli assegnò così altre tele alla pittrice, il cui
catalogo è stato in seguito ampliato fantasiosamente dal Fiorillo in
una pubblicazione molto criticata.
La tradizione assegna alla De
Rosa, oltre ai lavori nel soffitto della Pietà dei Turchini, anche
un dipinto per la chiesa di Monte Oliveto, oggi S. Anna dei Lombardi,
ed uno nella sacrestia della chiesa di Santa Maria degli Angeli a
Pizzofalcone: tutte opere di cui oggi non v’è più traccia. La
difficoltà maggiore nell’identificare opere sicure di Annella
dipende, in base a ciò che raccontava il De Dominici e come
suggeriva anche il Causa alcuni anni fa, dalla circostanza che ella
collaborava attivamente ad opere sia dello Stanzione che del
Beltrano, senza però quasi mai completarle.
Oggi le uniche
opere che ragionevolmente possono essere assegnate alla De Rosa sono,
come invita a considerare anche il Bologna, le due tele che entrando
nella chiesa della Pietà dei Turchini si possono vedere ai lati
dell’altare e che probabilmente sono le stesse che il De Dominici
collocava nel soffitto, che come vuole la tradizione e le antiche
guide napoletane, era decorato da una serie di dipinti su tela
commissionati entro il 1646 a Giuseppe Marullo, particolare
confermato anche da documenti reperiti da Nappi. Le due tele
rappresentano la Nascita e la Morte della Vergine (fig.1-2) ed il De
Dominici con una precisione dettagliata dei temi rappresentati le
assegna ad Annella De Rosa, per la cui commissione presso i
governatori della chiesa si era mobilitato lo Stanzione in
persona.
L’affinità stilistica delle due opere con la
produzione stanzionesca degli anni Quaranta è fuori discussione,
come la sua qualità elevata, per cui per i futuri studi bisognerà
decidersi a partire da questi due dipinti.
Molto di recente,
dopo il restauro delle due tele della Pietà dei Turchini, che hanno
rivelato pesanti ridipinture in grado di alterarne profondamente la
lettura è stato pubblicato un articolo della Petrelli, il quale
riepiloga lo stato delle conoscenze attuali sulla pittrice.
Inoltre
un tentativo di allargarne lo scarno catalogo è stato avanzato dal
Porzio, il quale, nel redigere la scheda di uno Sposalizio della
Vergine (fig.3), proveniente dalla chiesa di San Giovanni Maggiore ed
oggi nelle sale del museo diocesano di Napoli, ha sottolineato “il
ripetersi degli stessi tipi fisiognomici tra il quadro in esame e la
Nascita della Vergine ed ha pensato di attribuire, anche se col
beneficio del dubbio, l’opera alla De Rosa; ipotesi coraggiosa, che
può essere parzialmente accolta ipotizzando una collaborazione col
marito, consuetudine tramandata dalle fonti, che giustificherebbe la
facies beltranesca che promana chiaramente dal dipinto.
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