22 Mag 2026

La
Pinacoteca provinciale è la narrazione di un territorio alla
ricerca di
una sua
identità, la
cui natura si caratterizza per pluralità e complessità,
piuttosto che per monoliticità e rigidità.
La connotazione pluridentitaria abbraccia diverse dimensioni:
quella cronologica con l’affacciarsi del Secolo Breve (secondo l’espressione coniata dallo storico britannico Eric Hobsbawn), periodo denso di eventi geopolitici e di spinte economiche e tecnologiche che hanno determinato momenti di evoluzione e di involuzione alternati;
quella culturale di un territorio attento ai nuovi fermenti intellettuali nazionali e internazionali, con il desiderio di accrescere le proprie conoscenze e la consapevolezza di essere partecipe di un patrimonio collettivo da salvaguardare e valorizzare;
quella sociale e sociologica, intesa come sistema di relazioni e interazioni con le diversità nella comunità e come nuovo approccio a un’integrazione possibile per le realtà umane più emarginate e dimenticate.
E’ noto ciò che avrebbe dovuto essere la Pinacoteca provinciale ab origine: uno dei diciotto padiglioni dell’ambizioso progetto “Ophelia”, vincitore del bando indetto dalla Provincia e relativo alla realizzazione di un complesso manicomiale nell’area nord di Potenza con l’intento di curare in loco “i malati di mente” che, fino a quel momento, dovevano recarsi presso l’ospedale psichiatrico di Aversa per ricevere le cure.
I due progettisti,l’Ingegner Quaroni e l’Architetto Piacentini,avevano una visione rivoluzionaria della cura della malattia mentale, inconcepibile per una comunità radicata fortemente a frettolose soluzioni di emarginazione per le fragilità e le diversità. Il complesso architettonico prevedeva, infatti,casette a due piani senza inferriate alle finestre, circondate da giardini dove poter svolgere attività di giardinaggio e laboratoriali, con la sensazione di respirare una libertà negata dai pregiudizi e dal rifiuto di una visione di integrazione.
Il progetto non era destinato ad andare in porto: la copertura finanziaria delle spese era troppo difficile da gestire, così come gli espropri dei terreni; lo scoppio del Primo Conflitto Mondiale e la difficoltà a reperire la manodopera determinarono la fine di questa visione e, con una delibera provinciale del 1921, il padiglione delle semiagitate fu destinato ad essere il Museo, che necessitava di una sede a seguito di eventi critici,sotto la direzione di Concetto Valente, il quale ha basato la sua esperienza su una emergente consapevolezza di salvaguardia e tutela dei manufatti superando i limiti dell’estetica e conferendo agli stessi una contestualizzazione scientifica.